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Disinvestimenti per 9,5 miliardi di euro, dice il dato aggregato registrato da Assogestioni a dicembre 2011. Che significa, scomposto, 5,9 miliardi in uscita dalle gestioni collettive e 3,6 miliardi dalle gestioni di portafoglio. I fondi fanno paura. E il 2011 si chiude con un saldo complessivo della raccolta di meno 40,8 miliardi di euro. Nessuna categoria è immune alla crisi: fondi monetari (-12,49 miliardi), obbligazionari (-8,79 miliardi), azionari (-4,1), flessibili (-3,867 miliardi), hedge fund (-1,973 miliardi) e bilanciati (-1,573 miliardi) chiudono l’anno tutti con segno meno. Ma c’è anche chi sembra non soccombere alla crisi. I fondi etici, quelli socialmente responsabili, tengono botta e arrivano a fine 2011 con una raccolta positiva. Più nuovi clienti e rendimenti positivi sul medio-lungo periodo. Negativi invece su durate a un anno ma, si sa, i fondi SRI (Socially Responsible Investment) richiedono pazienza. Come mai questo andare controcorrente? Cos’hanno di diverso? Quanto rendono davvero? E quali sono le prospettive per l’immediato futuro? Of-Osservatorio finanziario lo ha chiesto ad Alessandra Viscovi, Direttore Generale di Etica Sgr, la società di gestione del risparmio numero uno nel settore dei fondi di investimento etici.
Mattinata di vendite sul comparto bancario. Lo stoxx europeo è tra i peggiori, in perdita dell’1,15%. In linea con l'Europa è la maggior parte dei bancari di piazza Affari: Ubi Banca arretra dell'1,66% a 3,8 euro, Bper dell’1,54% a 6,075 euro, Intesa Sanpaolo dell’1,21% a 1,545 euro, Unicredit dell'1,02% a 4,076 euro e Bpm dello 0,44% 0,4978 euro.
In controtendenza sul Ftse Mib viaggiano solo Mps (+0,78% a 0,3358 euro) e il Banco Popolare (+4,03% a 1,477 euro) dopo che la banca ha invitato i portatori degli strumenti di Tier 1 e Tier 2 a offrire in vendita allo stesso istituto di credito al prezzo di acquisto i titoli da loro detenuti.
Proprio in mattinata è giunto il commento di Moody's sulla misura approvata la settimana scorsa da Bankitalia, che permette agli istituti di credito del Paese di riacquistare titoli ibridi sul mercato a un tasso di sconto senza rimpiazzarli con strumenti conteggiati come capitale.
"Il buyback ha effetti positivi sul rating degli istituti di credito" e giunge in un "momento molto opportuno" per le banche italiane che sono "sotto pressione" a causa dei requisiti di capitale più stringenti imposti dall'Eba, l'Autorità bancaria europea, ha dichiarato l'agenzia
L’Ingegner Francesco Gaetano Caltagirone va a Milano, destinazione Piazza Cordusio, ad un passo da Piazza Affari in cui da tempo è un peso massimo (ben cinque gruppi quotati: Vianini lavori, Vianini industria, Caltagirone editore, Cementir e Caltagirone holding).
Per i biografi del costruttore esperto di numismatica dell’epoca romana, l’arrivo nel capitale di Unicredit con circa l’1% è il compimento di una missione che uno degli imprenditori più liquidi d’Italia ha più volte dimostrato di voler completare: conquistare la grande finanza del Nord. Per ora il chip sulla banca guidata da Federico Ghizzoni sta dando soddisfazioni immediate grazie al forte rimbalzo (+37% in due settimane), ma c’è l’ambizione di trasformarlo in un posto in cda, magari incrementando la presenza nel capitale con una strategia di piccoli acquisti che spesso caratterizza l’operatività in borsa delle sue società. E con un progetto in tasca: quello di sviluppare le attività in Turchia e nell’Est Europa, dove Unicredit ha una presenza forte
«Ci riuniremo con l'Abi la prossima settimana e poi col Governo ma dobbiamo mettere a punto degli strumenti il prima possibile», ha detto Marcegaglia, che ha aggiunto: «Grazie a questo accordo tra banche, imprese e governo, per 220 mila aziende sono stati dilazionati i pagamenti dei debiti a medio termine per un totale di 69 miliardi di euro»
Le grandi banche italiane corrono a riacquistare le obbligazioni per rafforzare il capitale, viste le richieste dell'Eba e delle Autorità di vigilanza. Dopo Unicredit che ha incassato una plusvalenza di 532 milioni di euro, è stato il turno del Banco Popolare e di Intesa Sanpaolo, la quale peraltro già soddisfa ampiamente le richieste Eba. Secondo gli analisti anche Mps e Ubi, oltre che Bpm, potrebbero seguire la stessa strada. Piazza Cordusio incassa così adesioni per 1,86 miliardi, sul totale dei 3 miliardi oggetto dell'offerta, con un miglioramento di oltre 11 punti del Core Tier 1
Sotto i colpi della tempesta perfetta, l'industria finanziaria italiana cerca una nuova identità. Banche e assicurazioni guardano al futuro con preoccupazione. «È finita l'epoca degli utili miliardari» faceva notare un po' di tempo fa un banchiere di lungo corso motivando la scelta fatta da Corrado Passera di lasciare Intesa per un «posto» nel Governo Monti: «la regia tecnica del mercato bancoassicurativo potrebbe tornare a Roma».
Non un vero ritorno al passato con un enorme cappello pubblico. Tuttavia, il ruolo della Cassa depositi e prestiti - a esempio - è destinato a crescere. Non a caso, in ambienti finanziari è dato per probabile l'ingresso di Cdp in almeno due partite in corso: Fonsai e Monte paschi di Siena
Il Banco Popolare invita i portatori di obbligazioni Tier 1 e Tier 2 del gruppo a vendere i titoli allo stesso Banco Popolare al prezzo di acquisto. Si tratta di 12 emissioni, per un valore totale di 4.007 milioni, i cui prezzi di acquisto si aggirano su 70-80%, con un minimo del 43% e un massimo del 91%
Lo spread scende sotto quota 400 e per Kepler è ora il momento di comprare Generali, con un aumento del target del 16% a 15,1 euro. Per gli analisti svizzeri «il contesto finanziario europeo, in rapido miglioramento, porterà significativi benefici alla patrimonializzazione di Generali»
Quattro debolezze fanno una forza? La domanda che gira tra gli analisti è tutto sommato questa: nella fusione tra Unipol Assicurazioni, Premafin, Fonsai e Milano assicurazioni, la somma delle problematicità rischia di essere più alta delle sinergie. A partire dal fatto che il colosso con i piedi d’argilla ha comunque una quota di mercato, nel ramo danni auto, intorno al 37%: troppo alta per essere accettata dall’Antitrust. Alcuni report ipotizzano che la nuova entità dovrebbe cedere asset per 3 miliardi di euro nel ramo danni, il che porterebbe ad esempio gli utili prospettici 2013 di Unipol a crescere solo del 15% in più rispetto all’ipotesi stand alone: troppo poco, se così fosse, per imbarcarsi in una vicenda del genere.
E a parte le difficoltà manageriali di guidare il colosso post fusione e i problemi industriali dell’integrazione alcuni ricordano i nodi affrontati da Generali con Ina Assitalia anche dal punto di vista strettamente finanziario la struttura che si va prospettando non è così florida
Nelle ultime quattro sedute di Borsa della settimana scorsa, infatti, il titolo della compagnia dei Ligresti è salito del 47%, con scambi nettamente superiori alla media mensile, riportandosi sopra quota 1 euro e a 443 milioni di capitalizzazione.
'C'è qualcuno che rastrella?' si chiedono nelle sale operative. Forse, ma è difficile individuare le mani che hanno messo il titolo nel mirino. C'è l'ipotesi della francese Axa ma è difficile che la compagnia d'Oltralpe si arrischi a lanciare un'Opa ostile su una preda così difesa dal sistema italiano. Allora potrebbero essere sapienti mani nostrane a orchestrare il rastrellamento in vista di una possibile Opa, magari soltanto su una quota del capitale Fonsai. Il fondo Clessidra di Claudio Sposito, per esempio, aveva manifestato interesse per l'oggetto Premafin-Fonsai ma poi è stato costretto a ritirarsi per far spazio a Unipol sostenuta da Mediobanca e Unicredit. Ma anche la Palladio finanziaria di Roberto Meneguzzo e Giorgio Drago aveva avuto tra le mani il dossier Fonsai, così come la Sator di Matteo Arpe e la 21 Investimenti di Alessandro Benetton
Le recenti dispute sulla complessa operazione messa in piedi per salvare il gruppo Ligresti sta sollevando non pochi interrogativi anche sotto il profilo del ruolo giocato dalle authority, cioè Isvap, Consob e Antitrust. Le prime due sono già state tirate in causa mentre la terza sarà chiamata a esprimersi soltanto a operazione siglata e comunque potrà avere un impatto non marginale come si è visto recentemente con l' annullamento della fusione tra Deutsche Boerse e NyseEuronext, proprio in seguito a un pronunciamento negativo dell' autorità antitrust europea. Quanto a Isvap e Consob, l' impressione di molti operatori è che si siano scambiati i compiti con la conseguenza che invece di procedere in antitesi sembra quasi che si siano "concertate" per trovare una soluzione cosiddetta di "sistema". Spieghiamoci meglio. L' authority presieduta da Giancarlo Giannini ha il compito di salvaguardare la stabilità e la solidità delle imprese assicurative
Alla fine il tanto temuto flop dell’asta italiana non c’è stato. Niente fuga di massa dal debito italiano degli investitori piccoli e grandi e niente spread a livelli stellari. Le riforme inaugurate dal nuovo governo di Mario Monti hanno riportato la fiducia sul mercato e in tempi più rapidi del previsto. Ma tra le sorprese di inizio anno c’è anche un ritrovato interesse dei grandi investitori di Wall Street per il nostro Paese.
A dicembre il nostro mercato era nella lista degli investimenti da vendere e ora, a di- stanza di poco più di un mese, il quadro è completamente cambiato. Qualche operatore inizia a parlare addirittura di occasione del decennio. Il riferimento è ai titoli di Stato dell’Italia e ai buoni guadagni che offrono, con i rendimenti che la scorsa settimana, per le scadenze a dieci anni, si sono mossi sopra al livello del 6%. Un calo rispetto al 7,5% di dicembre, ma sempre un buon affare
Bilancio in rosso anche per i fondi pensione aperti nel 2011: in media la performance delle forme individuali segna un calo di due punti percentuali, peggio dei fondi pensione negoziali che hanno chiuso il 2011 con un rendimento medio vicino alla pari. Ma a differenza dei fondi di categoria, gli aperti spiccano per la maggiore dispersione statistica dei risultati, soprattutto negativi.
Così come le altre forme previdenziali, sono proprio i comparti tradizionalmente considerati prudenti quelli più colpiti dalla crisi: linee che investono in particolare sui titoli di Stato e sugli strumenti a breve, che nel corso del 2011 hanno fatto registrare i ribassi più rilevanti
Il forte risveglio di Wall Street può apparire anomalo nella situazione dei mercati sempre tesa per la crisi dei debiti governativi e per la volatilità delle valute, ma in realtà poggia su una buona vitalità delle imprese.
Il rally ha numeri notevoli. In quattro mesi, dal 4 ottobre dell’anno scorso al 3 febbraio, il Dow Jones Industrial Average (DJIA) ha guadagnato oltre 2000 punti, passando dal livello di 10.808 punti a 12.859, un incremento del 19 per cento a cui manca solo un ulteriore rialzo dell’1 per cento per far definire questa fase di borsa, convenzionalmente, come Toro, mentre alla vetta storica del Dow Jones toccata il 9 ottobre del 2007 (14.164, 53 punti) mancano 1305 punti.
Pure le performance degli altri due maggiori indici Usa sono state brillanti. Il Nasdaq, nei quattro mesi da inizio ottobre ad oggi è cresciuto da 2404 a 2906, +20,9 per cento, risalendo a livelli che non toccava dal dicembre del 2000 ed è già in fase Toro. Lo S&P, da quota 1123 a 1345, ha guadagnato il 19,7 per cento
L’autorità europea per i mercati finanziari procede verso la trasparenza e la futura regolamentazione degli Etf e dei fondi di investimento strutturati. Lunedì 30 gennaio, ha reso noto il paper nel quale presenta i nuovi requisiti del settore e li sottopone alla consultazione degli interessati fino al 30 marzo, per poi renderli operativi entro il secondo trimestre del 2012.
Il documento presentato è la conclusione di un processo già avviato nel 2010, quando nell’estate il gruppo operativo dei lavori dell’Esma, presieduto dal commissario, Vittorio Conti, della Consob (Commissione nazionale per le società e la Borsa) discuteva della potenziale limitazione della distribuzione degli Etf sintetici, considerati particolarmente complessi soprattutto per gli investitori retail. La Consob ritiene che alcune prassi operative abbiano possibili implicazioni sulla stabilità del sistema. La replica sintetica, sebbene riduca il tracking error, non lo elimina del tutto. Il return swap non sempre è basato sulle stesse ipotesi e calcoli dell’indice di riferimento
Fernando Luque, capo redattore di Morningstar in Spagna, intervista José Garcia Zarate, analista europeo Etf di Morningstar: “nel reddito fisso, ancor di più che nell’azionario, occorre analizzare bene il benchmark, perchè la redditività dell’Etf sarà influenzata da come si comporta l’indice, e non tutti gli indici sono uguali, a prescindere dal fatto che abbiano più o meno lo stesso nome” (video)
«Sono stato nei mesi scorsi pessimista sull’area euro, ma dall’8 dicembre qualcosa di molto importante è cambiato. E ora siamo incanalati in uno scenario positivo. Insomma, vedo un po’ più di luce in fondo al tunnel, anche se permangono criticità. Non è dunque strano che nell’ultimo mese siano tornati gestori stranieri con soldi veri sull’Italia, anche se troppi investitori sono ancora prigionieri di una visione ormai superata». Alessandro Valeri, ad di Intermonte, è ragionevolmente ottimista sull’area euro e sull’Italia. E i report della sua società fotografano questo stato d’animo. Report molto ascoltati nella comunità finanziaria non solo italiana se nel secondo semestre del 2011 Intermonte è diventata la prima società nell’intermediazione mobiliare, con il 15,5 % del mercato totale degli scambi conto terzi. Se poi si toglie il trading online dei privati, Intermonte movimenta un quinto degli scambi in borsa. È la quota più alta mai raggiunta da un singolo intermediario sull'Italia, significativa in quanto trattasi di società indipendente e controllata dal management.
Cari automobilisti, coraggio: continuerete a pagare l'assicurazione più salata d'Europa. Passaggio dopo passaggio, il decreto Monti s'è svuotato e la liberalizzazione promessa è svanita alla luce della Gazzetta Ufficiale. E' scomparso l'obbligo del plurimandato, grazie al quale si sperava che l'agente, avendo più compagnie in portafoglio, potesse cucirti addosso la polizza più adatta e più conveniente. Rischia di produrre una valanga di cause la prevista penalizzazione del 30 per cento sul rimborso del danno per chi preferisse il carrozziere di fiducia a quello offerto dalla compagnia. E' indefinito lo sconto che l'assicurazione ti deve praticare, se lasci ispezionare l'auto prima della stipula. Avvio quanto mai soft della scatola nera per scoprire se l'incidente era reale o fittizio: nessun obbligo per le compagnie di montarla, sconti imprecisati per chi accetta di farsela installare.
C'era da aspettarselo. Troppo forte, in Italia, è la lobby delle compagnie, che dalla Rc auto nel 2010 hanno ricavato 18 miliardi di euro, riducendo la concorrenza al minimo. La metà del mercato, nel ramo danni, è appannaggio di due colossi: il nascente Unipol-Fonsai, che ne controlla oltre il 30 per cento, e le Generali, che si avvicinano al 20. In tutto appena cinque gruppi si dividono il 70 per cento: un livello di concentrazione sconosciuto negli altri paesi d'Europa
Appena un paio di mesi fa, Alessandro Benetton rispondeva secco: «Non ci poniamo nemmeno la domanda». La domanda era semplice, e consisteva nel significato che il gruppo annetteva alla presenza sul listino di Piazza Affari e all’utilità di procedere a un delisting. Il vicepresidente esecutivo del gruppo veneto parlava della tradizione, delle relazioni accumulate in un quarto di secolo presso investitori e risparmiatori, della visibilità connessa alla quotazione, della trasparenza come valore simbolo. Non poteva ovviamente dire ufficialmente nulla di diverso, però da tempo la famiglia Benetton andava riflettendo sul delisting. E in effetti un dato simbolico era finito silenziosamente in soffitta già nel settembre 2007, quando Benetton Group aveva dato l’addio alla Borsa a New York, dove era approdata nel 1989, simbolo appunto di un nuovo capitalismo italiano capace di proporsi orgogliosamente sulla scena finanziaria internazionale.
Va da sé che essere quotati a Wall Street implica costi pesanti e una organizzazione interna ad hoc. E va da sé che quando i simboli costano troppo possono finire in soffitta. Allo stesso modo, in questi giorni la famiglia Benetton consuma uno strappo con il proprio itinerario e la propria immagine
Caccia grossa al prossimo delisting. È l’ultimo gioco di Piazza Affari e va per la maggiore dopo il botto dei titoli Benetton. E non potrebbe essere diversamente: nei tre giorni a cavallo dell’annuncio, i titoli della famiglia di Ponzano Veneto sono schizzati del 30 per cento. Di cui almeno il 20 per cento nei due giorni antecedenti all’annuncio ufficiale alle autorità di controllo e al mercato; tanto da far scattare l’inevitabile indagine della Consob intenzionata a scoprire come e chi fosse diventato all’improvviso così preveggente.
Al di là delle indagini sull’insider trading, in un contesto in cui la Borsa di Milano non brilla certo per le sue performance (nel 2011 si è confermata la peggiore del Vecchio Continente), gli investitori sono alla ricerca di scommesse su cui puntare. E la mossa dei Benetton, a detta dei più, potrebbe portare a una nuova fuga dal listino di Palazzo Mezzanotte. Il problema, semmai, è scoprire chi potrebbe seguirne l’esempio.
Del resto, con le quotazioni così depresse la tentazione per molti imprenditori e soci di controllo è forte. Sono almeno una cinquantina segnala una primaria banca d’affari i casi in cui la cassa delle spa quotate è superiore alla capitalizzazione di Borsa, oppure la quota di capitale da ricomprarsi è talmente bassa che l’esborso per ritirare la società dalla Borsa, al prezzo attuale, è limitato. Quest’ultimo, per esempio, è il caso della Juventus, visto che con il recente aumento di capitale Exor è salita fino al 67% del capitale
Una rete di multinazionali determina i nostri destini. E’ quanto emerge da un rigoroso studio del Politecnico federale di Zurigo. Il rapporto, pubblicato nella rivista ScienceNews, identifica per la prima volta la “cupola” delle multinazionali che regge le sorti economiche del pianeta. E’ interessante notare gli incroci che coinvolgono circa 43.060 multinazionali, che attraverso formule di presenza azionaria e partecipativa che sfugge a qualsiasi regola, condizionano le economie degli Stati e determinano i destini delle Comunità.
Il carattere sovranazionale permette loro di agire sui mercati con l’unico scopo di determinare vantaggi verso la centrale di comando. Si tratterebbe di 147 multinazionali che hanno il controllo totale delle finanze del pianeta. Il sistema di interconnessione tra le varie società analizzato con criteri scientifici ha consentito agli studiosi di Zurigo di individuare una Top list nella quale figurano i due gruppi bancari UBS AG e Credit Suisse, rispettivamente al 9° ed al 14° posto. Insomma lo studio descrive un sistema complesso nel quale il dominio di queste 147 multinazionali, fondandosi sulla loro interdipendenza allo stesso tempo ne garantisce la sopravvivenza al di sopra degli Stati e delle stesse regole
Un gruppo di commercianti indipendenti ha lanciato il «Bristol Pound» con il sostegno dell’amministrazione comunale e di una banca.
Secondo quanto riportato dalla Bbc, la nuova moneta sarà solo cartacea e potrà anche essere scambiata elettronicamente. Non è la prima volta che nel Regno Unito viene stampata una moneta diversa da quella ufficiale, la sterlina. Ma per la prima volta essa verrà utilizzata anche per pagare le tasse. Già oltre 100 società e imprese hanno firmato la loro adesione al Bristol Pound, che sarà stampato in tagli da uno, cinque, dieci e 20 venti pound. Un Bristol Pound avrà esattamente il valore di una sterlina. Tra le aziende che accetteranno la nuova moneta ci sono ristoranti, caffè e anche la compagnia dei traghetti
Siamo in trappola. Sappiamo che dobbiamo aumentare la produttività per tornare a crescere, ma aumentare la produttività vuol dire produrre di più con un minor numero di persone. E sappiamo anche che liberalizzare i mercati aumenta le potenzialità dell’economia e lo sviluppo globale, ma più si aprono i mercati più aumentano le disuguaglianze. E noi giustamente vogliamo insieme produttività e occupazione, mercati liberi e società inclusive. Il problema è che non abbiamo la ricetta. La disoccupazione è ai suoi massimi storici, con oltre 205 milioni di persone senza lavoro nel mondo, 75 milioni dei quali sono giovani. E anche le disuguaglianze hanno raggiunto un livello record, con il 10 per cento più ricco che ha redditi nove volte superiori al 10 per cento più povero. Di questo dramma i paesi industrializzati sono il cuore: il 55 per cento dell’aumento della disoccupazione globale tra il 2007 e il 2010 è avvenuto nella parte "ricca" del pianeta
Nella crisi, ma anche prima, le peculiari caratteristiche della Bce rispetto ad una vera banca centrale nazionale, di non essere per statuto abilitata a finanziare i deficit degli stati membri e di non poter espletare le funzioni di prestatore di ultima istanza, sono state evocate con frequenza. Perché le cose stiano così è facile capirlo: l’Unione monetaria europea fu costituita da stati legati da un’unione economica ma non politica, e nemmeno facenti parte di una federazione. Visto che l’Unione monetaria era stata una creatura politica imposta dai francesi ai tedeschi per tenerli aggregati all’Occidente dopo la fine dell’Urss, bisognava inventare per lei una banca centrale con regole diverse da quelle delle banche centrali degli Stati nazionali e delle federazioni. Regole che creassero una moneta unica al posto di quelle degli Stati della Unione, ma che non abolissero le banche centrali nazionali (restate a esercitare la supervisione sulle proprie banche commerciali) e che non dessero alla banca europea la sovranità monetaria
L'Italia non ha un Sud industrializzato e denso di Pmicome il Nord e il Centro. Inoltre, abbiamo perso tanti grandi gruppi storici, a cominciare da Montedison e Olivetti. Ciò spiega perché il nostro Paese in campo industriale non può essere, né sarà mai, al livello della Germania. In Europa siamo però al secondo posto nell'industria, assai davanti a Francia e Gran Bretagna e ciò è molto.
Tuttavia, a livello di macroregioni europee, quelle italiane sono addirittura davanti alle tedesche per numero di addetti.
A dimostrazione del fatto che, grandi gruppi a parte (che la Germania, a differenza di noi, ha saputo storicamente conservare e ingrandire), il Nord e il Centro Italia non sono poi tanto diversi dal Baden-Württemberg o dalla Renania-Westfalia.
È quanto emerge da un'analisi della Fondazione Edison basata su dati Eurostat relativi al 2007, l'anno più recente per cui sono disponibili statistiche complete su tutte le regioni della Ue-27.
La prima macroregione manifatturiera europea, misurata dalla classificazione Nuts1, è il Nord-Ovest Italia, con 1,68 milioni di addetti, seguita dal Nord-Est Italia con 1,35 milioni, dalla Renania-Westfalia (Dusseldorf e Colonia) con 1,24 milioni, dal Baden-Württemberg (Stoccarda) con 1,22 milioni e dalla Baviera (Monaco) con 1,20 milioni
Tra le riforme approvate nel recente decreto legge "cresci Italia", salta agli occhi la società a responsabilità limitata semplificata costituita da giovani sino a 35 anni. Apparentemente, si tratta di una misura importante, che abbatte i costi della costituzione di srl e incentiva l'imprenditoria giovanile. Ma un'analisi più approfondita rivela qualche incongruenza, oltre a un forte dubbio di costituzionalità. Altri paesi europei hanno già affrontato gli stessi problemi. La loro esperienza avrebbe potuto suggerire soluzioni migliori su un tema tanto complesso
Nel breve periodo la riforma delle pensioni del governo Monti porterà a un aumento del 5 per cento circa della forza lavoro e a una riduzione dei pensionati compresa tra il 10 e il 15 per cento. Di conseguenza, la popolazione attiva sul mercato del lavoro nei prossimi decenni sarà progressivamente più anziana, in particolare fra le donne. La sostenibilità e l'adeguatezza del nostro sistema pensionistico si giocherà allora sugli effetti che questo avrà sulla produttività della nostra economia e sulla domanda di lavoro da parte delle imprese
The new chief executive of Intesa SanPaolo plans to shake up top management, as Italy’s biggest bank by market value seeks to reinvent itself as “less Italian” and more of a global player.
“I think it would make sense to have some international representation in senior management. There is room for more diversity,” Enrico Cucchiani, chief executive since December, told the Financial Times, adding that he was particularly drawn to talented bankers from Asia. The plan reflects Mr Cucchiani’s desire to improve the efficiency of its operations outside Italy, while also capitalising on the pull-back from international investment banking by local rival UniCredit
“IT SUCKED,” says the head of investment banking at one of Europe’s biggest banks, reviewing the fourth quarter of 2011. That succinct assessment will take few by surprise. The sale and trading of bonds and shares slowed to a trickle last year. Analysts at Credit Suisse reckon that investment-banking revenues among the big American banks slumped by a quarter in 2011. Trading bonds, currencies and commodities (activities known as FICC) is the industry’s bread and butter: FICC revenues fell by about 15% in America. Things are even worse in Europe. Credit Suisse reckons that European investment banks will post a 43% drop in revenue for 2011. On February 2nd Deutsche Bank announced a fourth-quarter loss for its investment bank.
The first few weeks of this year also look dire. Markets have recovered relative to December, but there has not been the usual January leap. Analysts at Citigroup gloomily predict a further 10% fall in FICC revenues in Europe this year
A group of top European banks is disclosing that they didn't borrow money under the European Central Bank's bank-lending program, fearful of being perceived as bailout recipients.
The ECB in late December doled out a total of €489 billion ($644 billion) in three-year loans at a 1% interest rate to 523 banks. The primary goal was to avert problems at banks that faced waves of maturing debt but didn't have access to borrow money via traditional funding markets.
The broad participation in the program, known as the Long-Term Refinancing Operation, fueled a sense of euphoria among many bank executives and ... (abbonamento)
Presenting its first set of earnings under new Chief Executive Sergio Ermotti, UBS AG reported a 76% fall in fourth-quarter net profit Tuesday, as trading in shares and bonds slowed to a trickle.
UBS, Switzerland's largest bank by assets, said net profit fell to 393 million Swiss francs ($427 million) in the quarter ended Dec. 31, from 1.66 billion francs a year earlier, below analysts' average estimate of 739 million francs in net profit. Revenue declined 16% to 5.97 billion francs.
(abbonamento)
Relative to Italy's debt problems, the country's biggest impediment to growth gets relatively little international press. Burdensome labor regulations are nothing new to Italians. But even discussing the possibility of modernizing these laws has long been politically taboo.
The most onerous law is a relic of the 1970s and a touted accomplishment of Italy's trade unions. Article 18 of the Workers' Statute makes it impossible to fire even the most grossly incompetent employees. Perversely, it causes that which it seeks to prevent: unemployment.
According to the law, employers need to demonstrate not only that a terminated employee has failed in fulfilling work "objectives" and "expected performance," but also must prove "the concrete and wanton negligence of the employee in achieving the work's obligations." The only "just cause" for termination is the deliberate refusal to perform whatever an Italian labor court deems necessary to fulfill "the work's obligations." Could a law be any vaguer?
NON SOLO buchi e cavi di fibra ottica, ma anche opere di bene, cioè servizi al cittadino. Con ritardo di quasi due anni, prende forma l'Agenda digitale: ovvero la strategia per portare l'Italia nel futuro con l'utilizzo di Internet. È lo strumento fondamentale per creare posti di lavoro e far crescere l'economia nell'era del web. Presentata nel maggio 2010, la Digital Agenda è uno dei 7 "obiettivi faro" dell'Ue per avere una crescita "inclusiva, intelligente e sostenibile". Il traguardo è il 2020, ma è previsto un obiettivo intermedio molto sfidante: portare la banda larga di base (ovvero due megabit al secondo) a tutti i cittadini europei entro il 2013. La rincorsa italiana è partita: il 15 dicembre sul sito del ministero dello Sviluppo Economico è stata aperta una consultazione di un mese. Il 3 febbraio il Consiglio dei ministri, nel decreto Semplificazione, ha approvato la nascita di una "cabina di regia" di 5 ministri. Fra questi un ruolo fondamentale lo giocherà Francesco Profumo che oltre a Scuola Università e Ricerca ha la delega per la Innovazione e che ha integrato l'Agenda digitale. Giovedì la prima riunione
La Jacuzia non è solo una terra disegnata sulla mappa di Risiko. È anche il posto dove i bambini vanno a scuola su Skype. Figli di comunità nomadi, hanno due scelte: frequentare gli istituti dei villaggi più grandi, dove studiare il russo, oppure seguire i propri genitori, parlando la lingua della famiglia e imparando a immaginare il mondo con le parole dei propri avi. Con un laptop in mano per collegarsi con le insegnanti coinvolte nel processo di rivitalizzazione della lingua delle comunità nomadi della regione.
«Bambini e tecnologia salveranno le lingue in via di estinzione», spiega la linguista Leonore Grenoble, docente presso l’Università di Chicago
L’esperimento-metropolitana è sempre interessante. Quante persone, in attesa del treno o della propria fermata, maneggiano il proprio telefonino, spesso uno smartphone (o, addirittura, un tablet)? Con il passare dei mesi il numero aumenta esponenzialmente. In alcuni momenti, quando il vagone è un po’ più libero, si può arrivare anche al 50% dei viaggiatori. E, sbirciando sui piccoli schermi touch, qual è l’attività maggiormente diffusa? Gli sms, qualcuno le email. Molti, e anche qui il numero è in aumento, semplicemente giocano. C’è chi affetta pezzi di frutta, altri gareggiano in auto o esplorano antiche rovine ricche di tesori, molti lanciano uccelli con la fionda
Forse non ha avrà il sistema operativo più cool del momento, ma in fondo Windows Phone (7.5) superati i pregiudizi convince sempre più, visto che è stabile e anche dopo ore di funzionamento e di app aperte e chiuse non rallenta mai al contrario dei software concorrenti. Insomma si può usare sempre. Come un telefono. Vero. Ecco il Nokia 710, secondo modello della famiglia Lumia, frutto del matrimonio di interesse tra la finlandese e Microsoft. Costa poco relativamente alla concorrenza e alla dotazione (299 euro), ma non è affatto un giocatolino cheap
In 2003 Martìn Casado found himself with no small challenge on his hands: he needed to reinvent the technology that underpins the Internet. It had been developed decades earlier and was proving unsuited to an era of cyberwarfare.
Casado, then a researcher at Lawrence Livermore National Laboratory, had been approached by a U.S. intelligence agency with a thorny problem. Computer networking technology allowed intelligence agents and other government workers worldwide to stay connected to one another at all times. Field agents could instantly share data seized in a raid with experts anywhere in the world. But the fact that so many computer networks were enmeshed also aided enemy hackers. Once they gained entry to one system, they could hop across networks to search for other treasures. The agency (Casado won't say which one) told him it wanted to keep its large network but reserve the ability to temporarily close off parts of it for crucial transmissions, creating a data equivalent of the dedicated telephone hotline that used to link the White House and the Kremlin
Come questa crisi sta cambiando il modo di percepire il denaro? Come si tenta di mantenere il proprio stile di vita? Quanto ha inciso e incide Internet nel rapporto con i soldi? Cosa ci aspetta ancora? Come cambierà il modo di fare banca? Of-Osservatorio finanziario lo ha chiesto a Luigi Campiglio, sociologo, professore ordinario di politica economica presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. E' la quarta delle interviste su I dieci anni dell'home banking. E riserva alcune sorprese
Tra le banche solo-online senza filiali e senza sportelli si aggiudica il titolo di miglior conto 2011 Conto IW di IWBank. Perché ha canone fisso a zero e operazioni illimitate gratuite incluse. E in più garantisce rendimenti extra agganciando il deposito gratuito IWPower Special Summer Editon. Per far rendere le somme depositate fino a un massimo del 4,50% lordo. A seguire, nella top three, anche Conto Webank di Webank.it e BancoPosta Click di BancoPosta
Dopo Bergamo, Padova, Roma e Venezia, apre a Milano la quinta filiale a marchio ING Direct, la banca solo online per eccellenza. Con qualche cosa in più rispetto alle tradizionali filiali di banca. Cosa c’è di nuovo? Come funziona? E, soprattutto, perché una banca solo online inizia a puntare sul rapporto diretto con i clienti? Of-Osservatorio finanziario lo ha chiesto ad Alfonso Zapata, General Manager di ING Direct Italia
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I fondi etici non sono tutti uguali ma, mediamente, hanno performato meglio rispetto ai fondi comuni tradizionali. È quanto emerge dal Secondo Rapporto sui Fondi Etici in Italia, che classifica i migliori prodotti d’investimento socialmente responsabili in Italia ed include un’analisi sulle performance dei fondi realizzata in collaborazione con Morningstar.
Una volta servivano per prelevare contanti e controllare saldo e movimenti del conto. Oggi sono attivi per pagare le tasse, le bollette dell'Enel, l'abbonamento ai mezzi pubblici, il canone della televisione. E perfino fare donazioni e acquistare i biglietti del treno. Ecco tutte le funzioni che trasformano gli sportelli automatici in postazioni di home banking. Generalmente a costo zero
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